paolo bozzo costa
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Il complesso mestiere del comandante: intervista a Paolo Bozzo Costa

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Fare il comandante di yacht non significa solo saper portare una barca da una parte all’altra del mondo, bensì anche organizzare e curare tutti gli aspetti di una lunga crociera, dalla preparazione preventiva all’approvvigionamento, dedicando al lavoro parecchi mesi all’anno della propria vita. Lo sa bene il comandante Paolo Bozzo Costa, una lunga esperienza di navigazione a bordo dello yacht El Leon, imbarcazione da 54 metri battente bandiera italiana e costruita dal cantiere viareggino Overmarine. Con il comandante Bozzo Costa proseguiamo la nostra serie di interviste dedicata ai comandanti delle navi da diporto, realizzata in collaborazione con l’associazione ItalianYachtMasters che associa circa 90 comandanti e che ha il merito di avere realizzato una rete professionale che rappresenta l’eccellenza della marineria e della cultura nautica italiana (l’intervista precedente è stata dedicata al comandante Gino Battaglia, presidente dell’associazione).

paolo bozzo costa
Lo yacht El Leon

Comandante Paolo Bozzo Costa, com’è nato il progetto dello yacht El Leon?

«Si è trattato di un desiderio del mio armatore, con cui lavoro da dieci anni e che in precedenza possedeva un’imbarcazione sportiva da 40 metri. Al fine di poter fare crociere più lunghe e complesse, l’armatore ha commissionato al cantiere Overmarine uno yacht di 54 metri che ci ha convinto sin dalla fase progettuale. E oggi, con 52.000 miglia e un giro del mondo alle spalle, posso dire che sono entusiasta della sua affidabilità e versatilità».

Che viaggi avete compiuto?

«La barca ci è stata consegnata nel 2018 e la sua prima estate è stata di rodaggio, con una piccola crociera nel Mediterraneo tra Francia, Spagna e Italia. Poi, dopo avere presentato El Leon allo Yacht Show di Monaco, a novembre dello stesso anno abbiamo attraversato l’Atlantico per trascorrere l’inverno ai Caraibi. A quel punto ho proposto all’armatore per l’estate successiva una crociera diversa dal solito, con destinazione Alaska, e lui ha accettato con entusiasmo. Ci siamo dunque portati nel Pacifico passando dal canale di Panama, e dopo quindici giorni nelle meravigliose isole Galapagos, l’armatore è tornato a casa mentre io e l’equipaggio abbiamo trasferito El Leon a Seattle per preparare il viaggio verso l’Alaska e la British Columbia, che avremmo iniziato a giugno 2019».

Com’è andata questa esperienza?

«Ho impostato l’itinerario optando per una navigazione inlet (ovvero non in mare aperto, bensì passando fra isole e passaggi interni, NdR) ed è stata un’esperienza molto particolare e affascinante. Abbiamo navigato per 1.300 miglia da Seattle a Juneau, la capitale dell’Alaska, attraversando passaggi così stretti che sembrava di trovarsi in un fiume. Al contrario di quando si viaggia in mezzo all’oceano, dove ci si può trovare ad affrontare onde molto alte, la difficoltà principale della navigazione inlet è rappresentata dalle correnti forti, che in quella zona possono arrivare anche a 15 nodi, perciò ogni tratta deve essere ponderata con molta attenzione. Ma ne è valsa assolutamente la pena: la serenità dei paesaggi che abbiamo attraversato è paragonabile a quella che si percepisce in alta montagna, trovandosi a navigare senza altre barche intorno, in luoghi così tranquilli che sembrano laghi, facendo lo slalom tra gli iceberg e avvistando orche assassine in mare e orsi che camminano lungo la costa. È stata un’esperienza indimenticabile, durante la quale abbiamo anche fatto conoscenza con alcune popolazioni native. Emozionante, poi, quando abbiamo offerto all’armatore un cocktail realizzato con il ghiaccio staccato direttamente da un iceberg raggiunto dall’equipaggio col tender».

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Quanta organizzazione e quanto tempo occorrono per preparare un’avventura del genere?

«Per organizzare ognuno degli itinerari fatti durante il giro del mondo inizio a lavorare sei mesi prima della partenza, in modo da programmare tutto nel minimo dettaglio e avere un piano definitivo con almeno tre mesi di anticipo. Quando si fanno crociere verso luoghi particolari come l’Alaska e certe zone dell’Asia, la logistica è fondamentale al fine di affrontare eventuali problemi che possono sorgere durante il viaggio. Gli armatori che possiedono questo tipo di imbarcazioni si aspettano sempre un servizio a cinque stelle a bordo, che si trovino davanti a Porto Cervo oppure alle Filippine, e per poterlo garantire ovunque, occorre essere organizzati con gli approvvigionamenti e affidarsi ad agenzie locali competenti e preparate. Inoltre occorre tenere a bordo uno stock importante di ricambi e materiali di consumo, perché quando ci si trova nei luoghi più remoti del mondo e si ha la necessità di cambiare un filtro, non può arrivare un corriere entro ventiquattr’ore a portartelo come in Mediterraneo..! Anzi, alcune nazioni hanno dazi e ostacoli burocratici che possono ritardare di molto le consegne di merce spedita dall’altra parte del globo, quindi è fondamentale essere organizzati».

Al di là dei malaugurati guasti tecnici, qual è la situazione peggiore che ci si può trovare ad affrontare durante questo tipo di crociera?

«Il problema principale è quello del carburante. El Leon è uno yacht da 54 metri molto particolare, essendo una barca semidislocante dotata di motori common rail da 12mila cavalli che possono farle raggiungere i 31 nodi di velocità oppure, a velocità inferiori, garantire un’autonomia fino a 5000 miglia. Dunque, per evitare problemi tecnici durante il viaggio, è fondamentale sapere sempre dove procurarsi nafta il più possibile pulita e raffinata, che non è facile da trovare in qualsiasi parte del mondo.
Tuttavia, devo dire che la situazione più difficile nella mia esperienza non l’ho vissuta in mare, bensì all’ancora in una baia sperduta nell’Oceano Pacifico in quarantena a causa della pandemia…».

Com’è andata?

«Dopo la crociera dell’estate 2019 in Alaska, abbiamo raggiunto la California da dove l’armatore è partito per tornare a casa, mentre noi siamo rimasti a occuparci della manutenzione ordinaria, prima di affrontare la traversata del Pacifico per raggiungere le Isole Marchesi, dove l’armatore ci ha raggiunto appena due giorni prima che il mondo entrasse in lockdown, a marzo 2020. Nel mezzo di questa situazione surreale, con le frontiere chiuse ovunque, siamo rimasti ormeggiati nella Polinesia francese per quaranta giorni che non sono stati facili da gestire. Tutto l’equipaggio ha dato il meglio di sé e così siamo riusciti a fare un ottimo lavoro.
Non appena abbiamo potuto riprendere la crociera, siamo ripartiti prima verso l’Australia (fermandoci anche alle isole Fiji e in New Caledonia) e poi alla volta dell’Indonesia, fermandoci con base a Bali per dieci mesi intervallati da tre crociere. Infine abbiamo raggiunto le Maldive con tappe a Singapore e in Thailandia, per poi dirigerci verso Cipro dove lo yacht è attualmente in manutenzione in vista della prossima crociera estiva, che effettueremo fra la Grecia e la Turchia prima di rientrare in Italia».

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Cosa occorre a un comandante di yacht per arrivare a raggiungere il suo livello di professionalità?

«L’esperienza è ovviamente fondamentale, ma oltre a questa sono necessarie anche molta umiltà professionalità e una grande capacità di organizzazione: saper prestare attenzione ai dettagli e non lasciare nulla al caso è ciò che fa la differenza per un comandante di yacht, il quale inoltre deve poter contare su un equipaggio adeguato. Inoltre è basilare la capacità di confrontarsi con i colleghi che hanno fatto viaggi simili: quando devo preparare una crociera che non ho mai fatto in precedenza, la prima cosa che faccio è interpellare altri comandanti più esperti e lo stesso potrò fare io se in futuro qualche collega me lo chiederà. Proprio questo è l’aspetto più importante dell’associazione ItalianYachtMasters, che riunisce circa 90 comandanti, tra chi è alle prime armi e chi invece vanta quarant’anni di navigazione. Oltretutto, grazie a ItalianYachtMasters ho avuto anche la possibilità di trovare un relief captain affidabile ed esperto: quando mi trovo in pausa e perciò non sono personalmente a bordo, è un comandante socio di IYM a sostituirmi e a gestire la manutenzione e l’impostazione della barca, e fidandomi ciecamente della sua professionalità e responsabilità, so che quando torno e devo partire non devo far altro che accendere i motori».

Da comandante esperto, come vede il futuro dello yachting?

«Questo è un momento molto positivo per il settore, che ha fatto i conti con un aumento importante della vendita di barche. I cantieri sono saturi di ordini per i prossimi quattro anni, ma c’è bisogno anche di persone preparate che sappiano portare le imbarcazioni. Purtroppo, in Italia siamo indietro rispetto ad altri paesi. Oggi lo yachting non consiste più in semplici crociere di venti giorni tra Porto Cervo e Saint Tropez, ma è una forma di turismo che chiede viaggi sempre più complessi, in cui i comandanti oltre a saper condurre barche devono essere una sorta di manager d’azienda, e per questo è prioritario aumentare il livello di professionalità, proprio come da anni sta cercando di fare l’associazione ItalianYachtMasters. In tutto ciò, occorre anche confutare l’opinione diffusa che lo yachting sia “una cosa da ricchi”: l’economia che gira intorno a queste imbarcazioni, infatti, dà lavoro a un’intera filiera – dai cantieri agli equipaggi – e permette a tanti operai di guadagnare lo stipendio, oltre a generare introiti per lo Stato grazie all’IVA, alle accise sul carburante e sugli ormeggi. Perciò deve essere una forma di turismo bene accetta e tenuta in seria considerazione».

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